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Remo Bianchi
Milano – 1922 / Milano – 1988

Remo Bianchi (in arte Remo Bianco) nasce a Dergano, nella periferia milanese il 3 giugno 1922. Il padre, Guido, era elettricista al Teatro alla Scala; la madre, Giovanna Ripamonti, praticava l’astrologia e la cartomanzia. Suo fratello gemello, Romolo, muore precocemente nel 1923. Con la sorella maggiore, Lyda, futura ballerina di danza classica, resterà invece legato per tutta la vita. Nel 1937, dopo aver praticato diversi mestieri per mantenersi, si iscrive ai corsi serali di disegno all’Accademia di Brera. Qui, nel 1939, è notato da Filippo De Pisis, che diverrà il suo maestro. Durante la seconda guerra mondiale è arruolato nel 1941 come puntatore mitragliere su un cacciatorpediniere e, in seguito all’affondamento della nave, è salvato dagli inglesi e internato a Tunisi. Dopo un breve soggiorno a Sassuolo, rientra a Milano nel 1944 dove riprende la scuola di disegno e i contatti con De Pisis. In questo periodo sono frequenti i viaggi a Venezia, dove si reca anche per andare trovare il maestro. Tra il 1945 e il 1950 realizza dipinti a olio, prevalentemente figurativi, influenzati dal postimpressionismo di Rouault e dalle opere giovanili di Cézanne, così come dalle ricerche di Picasso. Sullo scorcio degli anni ’40 sperimenta anche le prime opere tridimensionali e le prime Impronte in gesso, “impronte” di oggetti – come i segni lasciati dalle ruote di un’automobile, le screpolature dell’asfalto o altri oggetti umili di uso quotidiano – assunti nella loro valenza di traccia. Agli inizi degli anni ’50 è vicino alle ricerche dello Spazialismo di Lucio Fontana, inserendo nelle opere materiali come pietre e frammenti di vetro, e realizza al contempo opere, che definisce “Nucleari”, dal forte impatto materico. Parallelamente è impegnato nella realizzazione di lavori astratti realizzati su lastre di vetro e materiale plastico poste in successione. Nel gennaio 1952 espone per la prima volta in una mostra collettiva alla Galleria del Naviglio di Carlo Cardazzo e in ottobre si tiene la sua prima mostra personale alla Galleria del Cavallino di Venezia con una presentazione di Virgilio Guidi. Si inaugura così l’importante e duraturo rapporto che lo legherà alle Gallerie del Naviglio lungo tutto l’arco della sua carriera.
Al 1953 risale l’incontro, fondamentale per la sua vita, con l’imprenditore milanese Virgilio Gianni, conosciuto tramite De Pisis a Villa Fiorita, a Brugherio. Gianni, vicino all’ambiente di Cardazzo, alla cui galleria aveva presentato il Premio Gianni l’anno precedente, diventerà il suo mecenate, oltre che collezionista e amico. Grazie a una borsa di studio offertagli dall’imprenditore, parte nel 1955 per New York dove resta alcuni mesi visitando anche Chicago e la Florida. Qui vede per la prima volta una mostra di Burri e conosce i lavori di Donati, Marca-Relli, Kline e l’action painting di Jackson Pollock, la cui influenza si rivelerà fondamentale nello sviluppo dei Collages. Nel giugno 1955 espone al Village Art Center le opere 3D. Il rientro a Milano è segnato dalla perdita di De Pisis, che muore nel 1956. Nello stesso anno scrive il Manifesto dell’Arte Improntale, cui è collegata la produzione delle Impronte di oggetti in gesso e in gomma, e dei Sacchettini – Testimonianze, opere in cui interviene con il prelievo di oggetti quotidiani, spesso legati al mondo dell’ infanzia. Al rientro dagli Stati Uniti inizia, inoltre, la serie dei Collages. Nel 1957 inaugura il fortunato ciclo dei Tableaux Dorés, opere non figurative che derivano dallo sviluppo della tecnica dei Collages nelle quali interviene con la foglia d’oro. Nel 1959 presenta per la prima volta i Collages alla Galleria del Cavallino; viaggia in Europa (Parigi, Stoccolma, Monaco) e visita l’Egitto. Al rientro realizza una serie di impronte in gesso del suo corpo a grandezza naturale. Tra la il 1959 e il 1960 inizia a studiare le proprietà fisiche e estetiche del Sephadex (un gel chimico che ha la proprietà di dividere le sostanze secondo il loro peso specifico) i cui risultati saranno esposti nella mostra al Moderna Musset di Stoccolma del 1969. Studia anche delle sculture immateriali, delle sculture odorifere, delle sculture mosse dal vento o dai passi degli spettatori, e realizza le Sculture Instabili (1960), incentrate sul tema del movimento. All’inizio del 1961 conosce a Parigi il critico Beniamino Joppolo, che presenta una sua mostra alla Galleria del Naviglio nel febbraio dello stesso anno. Alla fine dell’anno, inoltre, tiene una mostra di Tableaux Dorés al Casinò di Venezia con una presentazione di Agnoldomenico Pica. Nel 1962 compie un viaggio in Iran e sperimenta opere come le opere condizionanti, “lampadine capaci di produrre suoni assordanti e luci accecanti” (L. Giudici 2006). Due anni dopo pubblica il Primo Manifesto dell’Arte Chimica e espone al Cavallino le Impronte Viventi. Nel 1963 espone a Trento alla Galleria l’Argentario di Ines Fedrizzi; partecipa alla Biennale di San Marino e alla Biennale d’Arte del Mediterraneo di Alessandria d’Egitto. Il 1965 è un anno denso di avvenimenti. Visita dapprima Bourges, conosce poi Mark Tobey a Basilea e tiene una mostra di Impronte alla Galleria Flaviana di Locarno, nella quale oltre alle Impronte in gesso e, ai Sacchettini – Testimonianze, ripropone le Sculture Viventi. A Carrara redige il Manifesto della Sovrastruttura e inizia il ciclo delle Appropriazioni, di cui fanno parte le Sculture Neve, le Sculture Calde, le manipolazioni con i quadrati dorati di foto tratte dai giornali, e le Bandiere. Inizia così a servirsi del “modulo” dei quadrati dorati “come di una specie di marchio o sigla personale, araldica, sovrapponendolo a riproduzioni di altri artisti, riviste o illustrazioni già esistenti (…)”. Nel 1969, oltre alla già citata mostra dell’arte chimica al Moderna Musset di Stoccolma, tiene la mostra alla Galleria Vismara di Milano in cui distribuisce ai visitatori un 3D commestibile. Tra il 1969 e il 1970 inizia il ciclo dell’Arte Elementare. Nel 1970 un grande Tableau Doré è esposto alla Sala Volpi alla Biennale del Cinema di Venezia. A partire dallo stesso anno e durante gli anni ’70, si dedica al ciclo della Gioia di Vivere. Nella prima metà degli anni Settanta la sua arte sconfina anche nella performance e in opere che richiedono la partecipazione attiva del pubblico. E’ il caso di Idee per una scala, installazione autobiografica presentata alla Galleria del Naviglio (1972) e dello spettacolo Sadico Mistico Elementare da lui scritto e interpretato al Teatro Angelicum di Milano (1972). Nel 1974 espone i Quadri Parlanti alla galleria Bon à Tirer di Milano. Nello stesso anno ha luogo l’Appropriazione del Café “La Coupole” di Parigi, nella quale applica, negli ambienti del locale, foglie d’oro sui manifesti delle mostre in corso a Parigi nel marzo di quell’anno. Dalla seconda metà degli anni ’60 si consolidano i rapporti con Parigi, in particolare con il critico Pierre Restany e le gallerie Raymond Cazenave e Lara Vincy. In quest’ ultima galleria sono presentati i Quadri Parlanti (1976), la Gioia di Vivere (1979) e le Bandiere (1979). Nel 1977 si tiene la mostra La realtà “improntale” alla galleria International Arts di Roma, presentata da Miklos Varga e in cui sono esposte una selezione di opere della sua intera produzione. Nel 1982 è ricoverato a Trento a causa delle sue cattive condizioni di salute. L’anno seguente il Museo delle Albere di Trento, allora diretto da Gabriella Belli, gli dedica una mostra antologica. Tra il 1984 e il 1985 compie un viaggio in India. Nel 1984 presenta la mostra Saint – Rémy du Blanc alias Remo Bianco alla galleria Lara Vincy dedicata alle sculture neve. Dal 1987 le sue condizioni di salute si aggravano. Una delle sue ultime mostre, Drapeaux. Bandiere, si tiene ugualmente alla Galleria Lara Vincy nella primavera del 1987. Si spegne Milano il 23 febbraio 1988.